Schiavismo 2.0

imagesY9KR3FKTLo schiavismo è stato il motore di sviluppo del mondo antico, nel quale lo schiavo era, insieme agli animali domesticati e ai primi marchingegni, la forza motrice di ogni attività produttiva. Soltanto pochi decenni ci dividono dal suo definitivo superamento e dalla sua piena criminalizzazione, anche se ancora molte sono le zone del mondo in cui lo schiavismo, in maniera esplicita o implicita, continua a persistere, sia nei confronti dei maschi che, soprattutto, delle femmine.

Tant’è vero che poco tempo fa i moderni mezzi di comunicazione autogestita ci hanno mostrato le immagini di un mercato degli schiavi dell’ultima ora. Ma, di là dallo schiavismo vero e proprio, ovvero il fatto inammissibile per qualunque persona dotata di una normale coscienza civile, se non religiosa, che una persona umana possa essere di proprietà di una altra persona; che lo schiavo possa essere utilizzato a piacimento e ceduto a terzi, come un animale o una cosa, o fatto riprodurre acquisendo i frutti di tale riproduzione; ci si può chiedere se la civiltà moderna abbia superato realmente lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, anche senza pensare alla marxiana appropriazione del plusvalore.

Certo è che, malgrado tutti gli orrori della tratta degli schiavi e del trattamento inumano di questi, lo schiavo, sia nell’antichità che nella modernità, proprio perché di proprietà veniva trattato come ogni cosa o animale appunto di proprietà, ossia veniva alloggiato, alimentato, mantenuto, curato e, talvolta, istruito perché potesse svolgere i suoi compiti e rendere per quanto era costato. Mentre lo schiavo 2.0, imperante la legge bronzea dei salari, ha finito per ricevere soltanto un salario con cui ha dovuto e continua doversi pagare tutto quanto occorre a sé e alla sua famiglia.

E, salvo gli effetti del welfare state, le normative di protezione, le azioni sindacali, non c’è stato un gran progresso e una crescita adeguata dei salari reali nell’epoca della industrializzazione. Ora, poi, che si stanno abbassando tutte le tutele, siamo in pieno regresso, non soltanto nei salari ma anche nella stessa occupazione che, nella globalizzazione, si sta facendo strutturalmente precaria e funzionalmente variabile.

Eppure la storia di Roma antica ci presenta numerose vicende di liberti, gli schiavi affrancati, che poterono farsi strada nella società dell’epoca o, comunque, svolgere una attività in proprio. Mentre l’industrialismo fordista arruola l’esercito del lavoro, lo irreggimenta e lo gestisce con quella specie di schiavismo che è il lavoro dipendente, subordinato e, malgrado ogni preteso management umanistico, non è molto cambiato da allora.

Cionondimeno, i cantori della dignità del lavoro, che iscrivono nelle leggi la predilezione per il lavoro subordinato, come contratto comune di lavoro da far prevalere, non si rendono conto di quanto sia deteriore tale condizione, malgrado tutti i diritti e malgrado tutte le forzature a tutela della cosiddetta parte debole del rapporto di lavoro, quale si vuole che sia il lavoratore. Così, come nella formula del “mascariamento”, prima mettono il lavoratore in posizione di subordine e poi pretendono di proteggerlo.

Perché il contratto di lavoro non è stato costruito come un contratto qualsiasi in cui, una volta raggiunto il consenso tra le parti, queste sono libere di gestire il rapporto a livello di parità. Infatti, prima il lavoratore viene assoggettato al potere direttivo, conformativo, disciplinare del datore di lavoro e, poi, si pretende di limitare tale potere nei più diversi modi.

Allora, dopo la lunga fase di accumulazione capitalistica e dopo quella che potremmo chiamare acculturazione dei lavoratori, sarebbe il tempo di tornare alla regola civilistica e, anche non volendo ribaltare la preferenza, si potrebbe almeno rendere liberi i lavoratori di essere in-subordinati e in-dipendenti, se vogliono.

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