Alternanza lavoro-scuola

Se l’alternanza scuola-lavoro, quand’anche correttamente intesa e praticata, come metodo pedagogico piuttosto che come strumento di avvicinamento della scuola all’impresa, o anche come mitigazione del divario tra competenze offerte e competenze richieste (ammesso e non concesso che domanda e offerta siano coerenti) e, in certo qual modo, protesi per l’occupabilità dei giovani, sta fallendo, è forse l’ora di far girare all’incontrario le lancette dell’orologio riportando la formazione professionale (tecnica e umana) nell’ambito del privato produttivo.

Infatti è impensabile che la scuola riesca a “progettare, attuare, verificare e valutare” correttamente l’alternanza perché, di là dal dettato normativo che, tra gli obbiettivi dell’alternanza, pone espressamente quello di «realizzare un organico collegamento delle istituzioni scolastiche e formative con il mondo del lavoro e la società civile, che consenta la partecipazione attiva dei soggetti di cui all’articolo 1, comma 21 nei processi formativi» (d.lgs.n.77/2005, art.2 d.) anche correlando “l’offerta formativa allo sviluppo culturale, sociale ed economico del territorio” (d.lgs.n.77/2005, art.2 e.).

Ciò per la semplice ragione che la scuola è impreparata culturalmente, oltre psicologicamente indisponibile, a realizzare collegamenti organici con chiunque sia fuori dal suo perimetro. La pedagogia a cui sono informati i docenti standard è legata ai vecchi schemi dell’insegnamento ex catedra, senza alcuna attenzione non epidermica ai moderni strumenti di comunicazione, ed è incurante dell’apprendimento critico, oltre che ampiamente disinteressata alla formazione come persone degli studenti, a cui vengono dati spesso, proprio con i comportamenti dei docenti, esempi di vita di lavoro ben poco edificanti.

Purtroppo siamo abituati a pensare che la legge possa fare tutto, compreso il cambiare la mentalità delle persone, ma è una fallacia superomistica non soltanto perché la legge muta troppo spesso, in ragione delle diverse maggioranze politiche, ma anche perché la legge detta regole astratte che, specialmente in campo amministrativo, devono essere concretizzate in regole di minuta applicazione che, occasionalmente, possono travisare le regole e portare ad esiti ben diversi da quelli voluti dalla legge. Oltretutto la pubblica istruzione ha assunto una dimensione elefantiaca ben difficilmente controllabile.

A tutto ciò va aggiunto il peso sproporzionato di un sindacato ipercorporativo che, in proporzione all’apparato, finisce per rappresentare un agente politico-sociale di rilievo non trascurabile, anche per l’incidenza che la scuola, in tutti i suoi ordini e gradi, riesce ad avere sulle famiglie e sulla società intera. Ma va anche detto che, per quanto siano gravi le colpe della scuola, la società ha le sue responsabilità nel non curarsi troppo dell’andamento della istruzione e formazione, limitandosi a lamentarne le inefficienze senza fare granché per partecipare a porvi rimedio, come sarebbe possibile nel caso dell’alternanza.

Allora se l’alternanza scuola-lavoro sta fallendo, come potrebbe riuscire l’alternanza lavoro-scuola? A parte il fatto che, a prima vista, per l’alternanza lavoro-scuola sarebbe disponibile il vecchio, caro istituto dell’apprendistato?

Innanzi tutto va detto che nella farragine di istruzione e formazione si inserisce la attribuzione costituzionale della formazione all’ente regione e, quindi, la sottomissione dell’apprendistato, per la sua dimensione formativa, alle disposizioni regionali, variegate e mutevoli anch’esse in relazione ai diversi orientamenti politici. Senza contare l’incidenza delle agenzie formative con i loro ben noti legami al sistema della rappresentanza dei datori di lavoro e dei lavoratori. Senza contare infine la irrisolta esperienza dei fondi interprofessionali assoggettati all’autorità di vigilanza degli appalti (anticorruzione).

L’alternanza di cui parliamo vuol essere altra cosa. Vuol essere essenzialmente lavoro che si fa scuola, infatti la scuola non deve essere necessariamente pubblica, tutt’altro. Il lavoro può farsi scuola di vita e di mestiere là dove il lavoro si pratica: nelle imprese. La qualcosa postula una ripresa di protagonismo della singole imprese e di un loro sistema di rappresentanza non più legato a vecchi schemi, di potere e di assistenza, con cui si torni a formare, anche nell’ottica del cambiamento accelerato e continuo delle tecnologie, le persone atte a collaborare con le imprese nella nuova produzione di beni e servizi.

L’alternanza a cui pensiamo non è fatta di periodi o di fasi – lo studio prima e il lavoro poi – ma di momenti variamente inframezzati in cui si studia e in cui si lavora, riconnettendo sempre quello che si studia a come si lavoro, anche senza tralasciare di fornire utili indicazioni per l’approfondimento di talune teorie o per lo sviluppo di talune tendenze da sviluppare a parte, seppur in contemporanea. Senza moduli, senza rendiconti, senza progetti distinti dall’evoluzione dell’insegnamento e dell’apprendimento, di mestiere e di comportamento, dell’allievo.

L’impresa si fa quindi scuola non per inserirsi nel sistema come impresa formativa ma per restare se stessa, produttiva e costruttiva di persone oltre che di beni e servizi. E può farlo quale che sia la dimensione e la funzione commerciale o riprendendo, con le cautele rese necessarie dalla superfetazione normativa, le logiche della bottega rinascimentale in cui era l’allievo, o la sua famiglia, a pagare il maestro per l’insegnamento impartito con l’inserimento anche nell’ambito lavorativo della bottega; o adottando uno schema corrispettivo nel quale la retta della formazione viene pagata dalla prestazione lavorativa.

Forse questa è soltanto una provocazione o un esercizio intellettuale eterodosso, tuttavia potrebbe valere la pena approfondire l’idea tecnicamente, sia legale che commerciale, e soprattutto verificare se un ritorno al passato è compatibile con le logiche del sistema produttivo sempre più in affanno nel reperimento di personale. Inoltre c’è da verificare se taluna organizzazione di rappresentanza voglia lanciare i messaggio del lavoro formativo e assistere chi voglia raccoglierlo nella attuazione pratica dello stesso. Anche le agenzie di somministrazione potrebbero forse contribuire all’impresa-scuola.

Infine, anche a prescindere da tutto ciò, bisogna tornare a lavorare sul tutoraggio.

Perché il tutor, che è stato istituzionalizzato proprio in riferimento all’istituto legale dell’apprendistato, può essere considerato, pur sembrando enfatico, una vera e propria figura strategica nell’azienda moderna; dal momento che, proprio quando tutto cambia tanto velocemente da non dare il tempo di sedimentazione a nozioni tecniche o comportamentali, è maggiore il bisogno di una figura che introduca nell’azienda, accompagni nel percorso di socializzazione, assista nelle crisi che inevitabilmente si presenteranno, consigli e conforti fino al raggiungimento della maturazione di una identità professionale riconosciuta.

Chiaramente una impresa che si fa scuola non potrà rilasciare titoli di alcun genere se non di qualifica professionale, ma potrà referenziare l’allievo, dandogli così un passaporto per altre esperienze di studio, non formale, o di lavoro vero e proprio, che potrà essere ben più utile e spendibile di quanto non siano oramai i titoli di qualunque scuola, dove chiunque, volendo, potrà sempre tornare ad apprendere o, meglio, a cercare riferimenti metodologici per apprendere quanto può, di tempo in tempo, interessarlo, in una logica vincente di autoformazione continua.
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1) 2. I percorsi in alternanza sono progettati, attuati, verificati e valutati sotto la responsabilità dell’istituzione scolastica o formativa, sulla base di apposite convenzioni con le imprese, o con le rispettive associazioni di rappresentanza, o con le camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura, o con gli enti pubblici e privati, ivi inclusi quelli del terzo settore, disponibili ad accogliere gli studenti per periodi di apprendimento in situazione lavorativa, che non costituiscono rapporto individuale di lavoro. Le istituzioni scolastiche e formative, nell’ambito degli ordinari stanziamenti di bilancio, destinano specifiche risorse alle attività di progettazione dei percorsi in alternanza scuola-lavoro.

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