Cittadinanza consapevole: né jus soli né jus sanguinis

Come verificato da una recente ricerca di Putnam1 e diversamente da quanto predicato da tante anime belle, il multicuralismo non accresce il capitale sociale ma, invece, lo riduce pericolosamente, minando la fiducia nel prossimo su cui si basano le comunità. Cosa che è risultata difficile da digerire per lo stesso autore della ricerca e per tutti quanti che, forse abbagliati dall’epopea del melting pot statunitense, pensavano onestamente che più culture dovessero necessariamente dare più valore a qualunque convivenza sociale.

Può darsi che si sia verificato un colossale fraintendimento degli avvenimenti come, più probabilmente, che la narrazione corrente non abbia considerato adeguatamente l’incidenza dei valori etici che hanno presieduto alla creazione di una nazione artificiale, come possono essere considerati gli Stati Uniti d’America, tanto da farne un’esperienza unica e irripetibile, nel tempo e nello spazio, e la ricerca americana di Putnam ci mostra quanto, oggi, sia mutato quello stesso scenario.

Così, se questo fenomeno si riscontra in America e se analoghe ricerche – scientificamente corrette – venissero realizzate in Europa forse si avrebbe un analogo riscontro, ben si può comprendere come sia reale il disagio di un multiculturalismo irrisolto in nazioni di ben più antica e radicata cultura come le nostre quando, come è ben noto a tutti, i valori dell’etica pubblica sono tanto svalutati e il rispetto delle culture degli altri stenta ad essere mutuo, rendendo estremamente difficile, se non impossibile, una auspicata e auspicabile integrazione.

Perciò la polemica sulla cittadinanza è sterile. Perciò i vecchi, tradizionali metodi di acquisto della cittadinanza non dovrebbero essere soggetti a manipolazioni ma dovrebbero essere superati. Quanto senso può avere, oggi nel quadro della globalizzazione, che la cittadinanza sia acquisita automaticamente da chi sia nato in un certo posto o da certe persone, a particolari condizioni?

Se è vero che abbiamo creato una categoria di diritti umani, sacri e inviolabili, di cui sono titolari tutte le persone, tra cui si trova anche la cittadinanza, tanto che l’art.15 della Dichiarazione universale dei diritti umani dice che “1. Ogni individuo ha diritto ad una cittadinanza. 2. Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua cittadinanza, né del diritto di mutare cittadinanza”.

Ciò non esclude che la cittadinanza, quanto ad acquisto e perdita, sia soggetta alle regole del singolo Stato nazionale, finché una dimensione statuale non venga in qualche modo superata. Allora la cittadinanza potrebbe essere configurata come un diritto a formazione progressiva che, partendo da un nucleo di base valido per tutti coloro che sono presenti in un certo momento in un certo luogo o sono discendenti in certo modo di cittadini ovunque si trovino, arrivi ad una pienezza con un certo percorso ad un certo momento.

Soltanto così potremmo avere una cittadinanza consapevole, una assunzione libera di responsabilità, di diritti e di doveri, da parte di tutti coloro che partecipano ad una comunità, tanto che siano autoctoni o non lo siano; realizzando in questo modo, anche sul piano della cittadinanza, quella porzione della triade rivoluzionaria che è l’uguaglianza, la quale può essere declinata soltanto come uguaglianza delle opportunità.
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1) http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/j.1467-9477.2007.00176.x/abstract;jsessionid=7EFB9384BA3D4B2CDA2F95621443F976.f04t02

 

 

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