Lavoro analogico e lavoro digitale

Usiamo una metafora basata sull’elettronica, come potremmo usare la metafora lavoro tragico e lavoro filmico, intendendo le regole classiche della tragedia greca: unità di tempo, di luogo e di azione, rispetto alla libertà della cinematografia rispetto ai tempi, ai luoghi e alle azioni, per dare un senso di ciò che atteneva ad una realtà della vita e del lavoro legata necessariamente al tempo, al luogo e all’azione della fabbrica, ufficio o altro, rispetto ad una nuova realtà della vita e del lavoro che può essere svincolata dall’azione, dal luogo e, anche, dal tempo della fabbrica, ufficio o altro.

Così, pur dovendo rispettare ancora schemi organizzativi basati su regole legali pensate per il lavoro analogico, non dovremmo impedire che, in qualunque ambito produttivo di beni o servizi si possa e si voglia, si concordino, tra datore e prestatore d’opera, e si applichino schemi organizzativi adatti al lavoro digitale, a meno che non si voglia impedire che si realizzino nuovi equilibri nel lavoro che siano vantaggiosi per i datori ma che, nello stesso tempo, possano giovare ai prestatori, sia in termini di guadagno che di conciliazione vita/lavoro.

Ed è curioso che, a parte le vestali delle regole generali del diritto del lavoro, gli stessi alfieri del conflitto dei lavoratori rivendichino con tanta forza la subordinazione dei lavoratori stessi al potere direttivo e conformativo del datore e pretendano che quest’ultimo eserciti la sua responsabilità di organizzare il lavoro, quando non hanno fatto altro, nei tempi passati, che contestare queste potestà e l’esercizio di questa responsabilità, pretendendo confronti o facendo proposte, ad esempio, su un nuovo modo di costruire l’automobile o altro.

Certo il tempo cambia e possono cambiare le idee, fino al punto di arrivare a sostenere le tesi di chi si avversava, tuttavia un po’ di stile e anche di buon senso non guasterebbe; senza contare che gli alfieri e i trombettieri, come in tutti i campi (di battaglia) rischiamo sempre di fare una brutta fine se la truppa non segue; senza contare ancora che la democrazia, a cui tutte le organizzazioni collettive dovrebbero essere improntate, richiede necessariamente sia il rispetto delle maggioranze che la libertà di scelta dei singoli.

Ora è chiaro che siamo in un momento di transizione, in cui è probabile che il lavoro sia ancora prevalentemente analogico, ma è altrettanto chiaro che, da un lato, lo stesso lavoro analogico ha bisogno di essere visto in termini diversi e, da altro lato, il lavoro digitale si svilupperà molto velocemente, per cui sarebbe meglio, attrezzarsi sia mentalmente che organizzativamente.

Così, finché non potremo superare definitivamente la dimensione legale della subordinazione, potremo mitigarla con tutte le possibili logiche della collaborazione e della partecipazione; potremo rendere ancor più flessibili gli orari; potremo arricchire il salario di premi di risultato, integrando il tutto con un ampio welfare aziendale.

Ma, nello stesso tempo, non dovremmo impedire a chi lo volesse, di accettare liberamente e svolgere tranquillamente un lavoro digitale senza doversi rifugiare in categorie contrattuali residuali, già definite atipiche, senza avere una posizione previdenziale e assicurativa equivalente a quella del lavoratore dipendente.

Il lavoro analogico ha avuto per lunghi anni bisogno di tutele forti e continua, ancor oggi, ad aver bisogno di essere tutelato dagli abusi, come del resto lo stesso lavoro digitale, ma l’uno, in calo, e l’altro, in crescita, hanno assoluto bisogno che, d’ora in poi, le tutele siano equivalenti e siano nel mercato.

Il lavoro è cresciuto e può essere lasciato andare per la sua strada.

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