Schiavismo 2.0

imagesY9KR3FKTLo schiavismo è stato il motore di sviluppo del mondo antico, nel quale lo schiavo era, insieme agli animali domesticati e ai primi marchingegni, la forza motrice di ogni attività produttiva. Soltanto pochi decenni ci dividono dal suo definitivo superamento e dalla sua piena criminalizzazione, anche se ancora molte sono le zone del mondo in cui lo schiavismo, in maniera esplicita o implicita, continua a persistere, sia nei confronti dei maschi che, soprattutto, delle femmine.

Tant’è vero che poco tempo fa i moderni mezzi di comunicazione autogestita ci hanno mostrato le immagini di un mercato degli schiavi dell’ultima ora. Ma, di là dallo schiavismo vero e proprio, ovvero il fatto inammissibile per qualunque persona dotata di una normale coscienza civile, se non religiosa, che una persona umana possa essere di proprietà di una altra persona; che lo schiavo possa essere utilizzato a piacimento e ceduto a terzi, come un animale o una cosa, o fatto riprodurre acquisendo i frutti di tale riproduzione; ci si può chiedere se la civiltà moderna abbia superato realmente lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, anche senza pensare alla marxiana appropriazione del plusvalore.

Certo è che, malgrado tutti gli orrori della tratta degli schiavi e del trattamento inumano di questi, lo schiavo, sia nell’antichità che nella modernità, proprio perché di proprietà veniva trattato come ogni cosa o animale appunto di proprietà, ossia veniva alloggiato, alimentato, mantenuto, curato e, talvolta, istruito perché potesse svolgere i suoi compiti e rendere per quanto era costato. Mentre lo schiavo 2.0, imperante la legge bronzea dei salari, ha finito per ricevere soltanto un salario con cui ha dovuto e continua doversi pagare tutto quanto occorre a sé e alla sua famiglia.

E, salvo gli effetti del welfare state, le normative di protezione, le azioni sindacali, non c’è stato un gran progresso e una crescita adeguata dei salari reali nell’epoca della industrializzazione. Ora, poi, che si stanno abbassando tutte le tutele, siamo in pieno regresso, non soltanto nei salari ma anche nella stessa occupazione che, nella globalizzazione, si sta facendo strutturalmente precaria e funzionalmente variabile.

Eppure la storia di Roma antica ci presenta numerose vicende di liberti, gli schiavi affrancati, che poterono farsi strada nella società dell’epoca o, comunque, svolgere una attività in proprio. Mentre l’industrialismo fordista arruola l’esercito del lavoro, lo irreggimenta e lo gestisce con quella specie di schiavismo che è il lavoro dipendente, subordinato e, malgrado ogni preteso management umanistico, non è molto cambiato da allora.

Cionondimeno, i cantori della dignità del lavoro, che iscrivono nelle leggi la predilezione per il lavoro subordinato, come contratto comune di lavoro da far prevalere, non si rendono conto di quanto sia deteriore tale condizione, malgrado tutti i diritti e malgrado tutte le forzature a tutela della cosiddetta parte debole del rapporto di lavoro, quale si vuole che sia il lavoratore. Così, come nella formula del “mascariamento”, prima mettono il lavoratore in posizione di subordine e poi pretendono di proteggerlo.

Perché il contratto di lavoro non è stato costruito come un contratto qualsiasi in cui, una volta raggiunto il consenso tra le parti, queste sono libere di gestire il rapporto a livello di parità. Infatti, prima il lavoratore viene assoggettato al potere direttivo, conformativo, disciplinare del datore di lavoro e, poi, si pretende di limitare tale potere nei più diversi modi.

Allora, dopo la lunga fase di accumulazione capitalistica e dopo quella che potremmo chiamare acculturazione dei lavoratori, sarebbe il tempo di tornare alla regola civilistica e, anche non volendo ribaltare la preferenza, si potrebbe almeno rendere liberi i lavoratori di essere in-subordinati e in-dipendenti, se vogliono.

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Alternanza lavoro-scuola

Se l’alternanza scuola-lavoro, quand’anche correttamente intesa e praticata, come metodo pedagogico piuttosto che come strumento di avvicinamento della scuola all’impresa, o anche come mitigazione del divario tra competenze offerte e competenze richieste (ammesso e non concesso che domanda e offerta siano coerenti) e, in certo qual modo, protesi per l’occupabilità dei giovani, sta fallendo, è forse l’ora di far girare all’incontrario le lancette dell’orologio riportando la formazione professionale (tecnica e umana) nell’ambito del privato produttivo.

Infatti è impensabile che la scuola riesca a “progettare, attuare, verificare e valutare” correttamente l’alternanza perché, di là dal dettato normativo che, tra gli obbiettivi dell’alternanza, pone espressamente quello di «realizzare un organico collegamento delle istituzioni scolastiche e formative con il mondo del lavoro e la società civile, che consenta la partecipazione attiva dei soggetti di cui all’articolo 1, comma 21 nei processi formativi» (d.lgs.n.77/2005, art.2 d.) anche correlando “l’offerta formativa allo sviluppo culturale, sociale ed economico del territorio” (d.lgs.n.77/2005, art.2 e.).

Ciò per la semplice ragione che la scuola è impreparata culturalmente, oltre psicologicamente indisponibile, a realizzare collegamenti organici con chiunque sia fuori dal suo perimetro. La pedagogia a cui sono informati i docenti standard è legata ai vecchi schemi dell’insegnamento ex catedra, senza alcuna attenzione non epidermica ai moderni strumenti di comunicazione, ed è incurante dell’apprendimento critico, oltre che ampiamente disinteressata alla formazione come persone degli studenti, a cui vengono dati spesso, proprio con i comportamenti dei docenti, esempi di vita di lavoro ben poco edificanti.

Purtroppo siamo abituati a pensare che la legge possa fare tutto, compreso il cambiare la mentalità delle persone, ma è una fallacia superomistica non soltanto perché la legge muta troppo spesso, in ragione delle diverse maggioranze politiche, ma anche perché la legge detta regole astratte che, specialmente in campo amministrativo, devono essere concretizzate in regole di minuta applicazione che, occasionalmente, possono travisare le regole e portare ad esiti ben diversi da quelli voluti dalla legge. Oltretutto la pubblica istruzione ha assunto una dimensione elefantiaca ben difficilmente controllabile.

A tutto ciò va aggiunto il peso sproporzionato di un sindacato ipercorporativo che, in proporzione all’apparato, finisce per rappresentare un agente politico-sociale di rilievo non trascurabile, anche per l’incidenza che la scuola, in tutti i suoi ordini e gradi, riesce ad avere sulle famiglie e sulla società intera. Ma va anche detto che, per quanto siano gravi le colpe della scuola, la società ha le sue responsabilità nel non curarsi troppo dell’andamento della istruzione e formazione, limitandosi a lamentarne le inefficienze senza fare granché per partecipare a porvi rimedio, come sarebbe possibile nel caso dell’alternanza.

Allora se l’alternanza scuola-lavoro sta fallendo, come potrebbe riuscire l’alternanza lavoro-scuola? A parte il fatto che, a prima vista, per l’alternanza lavoro-scuola sarebbe disponibile il vecchio, caro istituto dell’apprendistato?

Innanzi tutto va detto che nella farragine di istruzione e formazione si inserisce la attribuzione costituzionale della formazione all’ente regione e, quindi, la sottomissione dell’apprendistato, per la sua dimensione formativa, alle disposizioni regionali, variegate e mutevoli anch’esse in relazione ai diversi orientamenti politici. Senza contare l’incidenza delle agenzie formative con i loro ben noti legami al sistema della rappresentanza dei datori di lavoro e dei lavoratori. Senza contare infine la irrisolta esperienza dei fondi interprofessionali assoggettati all’autorità di vigilanza degli appalti (anticorruzione).

L’alternanza di cui parliamo vuol essere altra cosa. Vuol essere essenzialmente lavoro che si fa scuola, infatti la scuola non deve essere necessariamente pubblica, tutt’altro. Il lavoro può farsi scuola di vita e di mestiere là dove il lavoro si pratica: nelle imprese. La qualcosa postula una ripresa di protagonismo della singole imprese e di un loro sistema di rappresentanza non più legato a vecchi schemi, di potere e di assistenza, con cui si torni a formare, anche nell’ottica del cambiamento accelerato e continuo delle tecnologie, le persone atte a collaborare con le imprese nella nuova produzione di beni e servizi.

L’alternanza a cui pensiamo non è fatta di periodi o di fasi – lo studio prima e il lavoro poi – ma di momenti variamente inframezzati in cui si studia e in cui si lavora, riconnettendo sempre quello che si studia a come si lavoro, anche senza tralasciare di fornire utili indicazioni per l’approfondimento di talune teorie o per lo sviluppo di talune tendenze da sviluppare a parte, seppur in contemporanea. Senza moduli, senza rendiconti, senza progetti distinti dall’evoluzione dell’insegnamento e dell’apprendimento, di mestiere e di comportamento, dell’allievo.

L’impresa si fa quindi scuola non per inserirsi nel sistema come impresa formativa ma per restare se stessa, produttiva e costruttiva di persone oltre che di beni e servizi. E può farlo quale che sia la dimensione e la funzione commerciale o riprendendo, con le cautele rese necessarie dalla superfetazione normativa, le logiche della bottega rinascimentale in cui era l’allievo, o la sua famiglia, a pagare il maestro per l’insegnamento impartito con l’inserimento anche nell’ambito lavorativo della bottega; o adottando uno schema corrispettivo nel quale la retta della formazione viene pagata dalla prestazione lavorativa.

Forse questa è soltanto una provocazione o un esercizio intellettuale eterodosso, tuttavia potrebbe valere la pena approfondire l’idea tecnicamente, sia legale che commerciale, e soprattutto verificare se un ritorno al passato è compatibile con le logiche del sistema produttivo sempre più in affanno nel reperimento di personale. Inoltre c’è da verificare se taluna organizzazione di rappresentanza voglia lanciare i messaggio del lavoro formativo e assistere chi voglia raccoglierlo nella attuazione pratica dello stesso. Anche le agenzie di somministrazione potrebbero forse contribuire all’impresa-scuola.

Infine, anche a prescindere da tutto ciò, bisogna tornare a lavorare sul tutoraggio.

Perché il tutor, che è stato istituzionalizzato proprio in riferimento all’istituto legale dell’apprendistato, può essere considerato, pur sembrando enfatico, una vera e propria figura strategica nell’azienda moderna; dal momento che, proprio quando tutto cambia tanto velocemente da non dare il tempo di sedimentazione a nozioni tecniche o comportamentali, è maggiore il bisogno di una figura che introduca nell’azienda, accompagni nel percorso di socializzazione, assista nelle crisi che inevitabilmente si presenteranno, consigli e conforti fino al raggiungimento della maturazione di una identità professionale riconosciuta.

Chiaramente una impresa che si fa scuola non potrà rilasciare titoli di alcun genere se non di qualifica professionale, ma potrà referenziare l’allievo, dandogli così un passaporto per altre esperienze di studio, non formale, o di lavoro vero e proprio, che potrà essere ben più utile e spendibile di quanto non siano oramai i titoli di qualunque scuola, dove chiunque, volendo, potrà sempre tornare ad apprendere o, meglio, a cercare riferimenti metodologici per apprendere quanto può, di tempo in tempo, interessarlo, in una logica vincente di autoformazione continua.
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1) 2. I percorsi in alternanza sono progettati, attuati, verificati e valutati sotto la responsabilità dell’istituzione scolastica o formativa, sulla base di apposite convenzioni con le imprese, o con le rispettive associazioni di rappresentanza, o con le camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura, o con gli enti pubblici e privati, ivi inclusi quelli del terzo settore, disponibili ad accogliere gli studenti per periodi di apprendimento in situazione lavorativa, che non costituiscono rapporto individuale di lavoro. Le istituzioni scolastiche e formative, nell’ambito degli ordinari stanziamenti di bilancio, destinano specifiche risorse alle attività di progettazione dei percorsi in alternanza scuola-lavoro.

Temporeggiando pallido e assorto

La Storia e l’immaginario collettivo celebrano i grandi, i superbi condottieri, gli alessandro magno e i napoleone, i vincitori di grandi battaglie, i costruttori di imperi, le magnifiche epopee, e dimenticano, o almeno lasciano in un angolo della memoria, i grandi, i timidi conservatori, i fabio massimo cunctator e i kutusov, che fermano le grandi avanzate e vincono le guerre cambiando la storia. È giusto così: la fiamma che brilla affascina di più della brace che brucia, ma se il primo passo di una lunga marcia va ricordato e celebrato anche i passi seguenti vanno considerati.

E, a volte, i passi seguenti sono più importanti dei primi, anzi è la sequenza che conta più di tutti i singoli passi messi insieme. Allora possiamo rileggere con diverso spirito, tutt’affatto consolatorio, la massima olimpica della partecipazione più importante della vittoria. Allora possiamo pensare che, se il primo prende tutto, quel tutto è soltanto quanto c’è all’inizio, in quel momento, poi c’è sempre dell’altro. Poi la storia continua. Il primo apre la strada, chi segue la amplia, la consolida, la prolunga tanto che, a volte, la strada finisce per giungere dove era impensabile che potesse arrivare.

Cosicché può giovare non essere i primi ma limitarsi a seguire, trovando una traccia del percorso e un primo sentiero battuto. Quello che è forse più difficile è capire chi sono i primi, chi seguire. È importante avvertire sempre il senso del cambiamento che è nell’aria. L’innovazione non è fatta soltanto di pochi, piccoli o grandi, balzi ma di tanti brevi passi, in avanti o di lato. Seguire non è un’onta. Ritardare può essere vantaggioso e benefico. Può servire a capire come meglio combinare le nuove, differenti idee in altri contesti, come sviluppare percorsi alternativi o su piani diversi.

Non siamo nani sulle spalle dei giganti: siamo tutti nani e, uno sulle spalle dell’altro, superiamo tutti i giganti veri o possibili. Basta saperlo e non temere di montare sulle spalle di un altro come noi. Basta pensare di non rubare null’altro che un’ombra, che è frutto soltanto della luce che tutti ci illumina. Una luce che possiamo anche chiamare: il sole dell’avvenire. Quello solo che possiamo dirci è quello che non sappiamo, purché vogliamo cercare di sapere qualcosa d’altro, purché siamo liberi di cercare sempre nuove verità.

Cittadinanza consapevole: né jus soli né jus sanguinis

Come verificato da una recente ricerca di Putnam1 e diversamente da quanto predicato da tante anime belle, il multicuralismo non accresce il capitale sociale ma, invece, lo riduce pericolosamente, minando la fiducia nel prossimo su cui si basano le comunità. Cosa che è risultata difficile da digerire per lo stesso autore della ricerca e per tutti quanti che, forse abbagliati dall’epopea del melting pot statunitense, pensavano onestamente che più culture dovessero necessariamente dare più valore a qualunque convivenza sociale.

Può darsi che si sia verificato un colossale fraintendimento degli avvenimenti come, più probabilmente, che la narrazione corrente non abbia considerato adeguatamente l’incidenza dei valori etici che hanno presieduto alla creazione di una nazione artificiale, come possono essere considerati gli Stati Uniti d’America, tanto da farne un’esperienza unica e irripetibile, nel tempo e nello spazio, e la ricerca americana di Putnam ci mostra quanto, oggi, sia mutato quello stesso scenario.

Così, se questo fenomeno si riscontra in America e se analoghe ricerche – scientificamente corrette – venissero realizzate in Europa forse si avrebbe un analogo riscontro, ben si può comprendere come sia reale il disagio di un multiculturalismo irrisolto in nazioni di ben più antica e radicata cultura come le nostre quando, come è ben noto a tutti, i valori dell’etica pubblica sono tanto svalutati e il rispetto delle culture degli altri stenta ad essere mutuo, rendendo estremamente difficile, se non impossibile, una auspicata e auspicabile integrazione.

Perciò la polemica sulla cittadinanza è sterile. Perciò i vecchi, tradizionali metodi di acquisto della cittadinanza non dovrebbero essere soggetti a manipolazioni ma dovrebbero essere superati. Quanto senso può avere, oggi nel quadro della globalizzazione, che la cittadinanza sia acquisita automaticamente da chi sia nato in un certo posto o da certe persone, a particolari condizioni?

Se è vero che abbiamo creato una categoria di diritti umani, sacri e inviolabili, di cui sono titolari tutte le persone, tra cui si trova anche la cittadinanza, tanto che l’art.15 della Dichiarazione universale dei diritti umani dice che “1. Ogni individuo ha diritto ad una cittadinanza. 2. Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua cittadinanza, né del diritto di mutare cittadinanza”.

Ciò non esclude che la cittadinanza, quanto ad acquisto e perdita, sia soggetta alle regole del singolo Stato nazionale, finché una dimensione statuale non venga in qualche modo superata. Allora la cittadinanza potrebbe essere configurata come un diritto a formazione progressiva che, partendo da un nucleo di base valido per tutti coloro che sono presenti in un certo momento in un certo luogo o sono discendenti in certo modo di cittadini ovunque si trovino, arrivi ad una pienezza con un certo percorso ad un certo momento.

Soltanto così potremmo avere una cittadinanza consapevole, una assunzione libera di responsabilità, di diritti e di doveri, da parte di tutti coloro che partecipano ad una comunità, tanto che siano autoctoni o non lo siano; realizzando in questo modo, anche sul piano della cittadinanza, quella porzione della triade rivoluzionaria che è l’uguaglianza, la quale può essere declinata soltanto come uguaglianza delle opportunità.
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1) http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/j.1467-9477.2007.00176.x/abstract;jsessionid=7EFB9384BA3D4B2CDA2F95621443F976.f04t02

 

 

Strategia di riscatto

I lavoratori italiani possiedono un basso livello medio di competenze e hanno, rispetto a quanto avviene in altri paesi, minori probabilità di utilizzare specifiche competenze cognitive, che sono importanti nella performance dei lavoratori e delle imprese. Queste carenze si ritrovano anche tra laureati italiani”, spiega il report Ocse “Strategie per le competenze“.

Il fallimento viene rinominato liquidazione giudiziaria e, di là dal cambio di nome, che dovrebbe rimuovere il marchio di infamia che si suole collegare al termine fallimento, inteso come sconfitta e colpa della persona, piuttosto che legato al fatto della mancata riuscita dell’impresa, è stata così, finalmente, riconfigurata nei modi e nei tempi la risposta alla crisi del soggetto produttivo.
Però possiamo sempre usare questo termine proprio per indicare quelle imprese o istituzioni che, anche a prescindere da un mercato o perché fuori mercato, non hanno raggiunto il loro obbiettivo malgrado, o forse proprio per le migliori intenzioni dei loro gestori. Così potremmo definire fallito, sia commercialmente che non commercialmente, lo Stato italiano, avendo mancato l’obbiettivo primario di fare gli italiani.

Rammentiamo, in primo luogo, la atavica questione meridionale, la susseguente questione settentrionale e, poi, mille altre questioni come, ad esempio: lo statalismo pervasivo, il finto federalismo, la mancata sussidiarietà, il trasformismo politico, il formalismo burocratico, il parassitismo clientelare, il familismo amorale, il piagnisteismo vittimistico, il profluvio normativo spesso criminogeno, la cultura dell’irresponsabilità e la miseria della cultura.

E, a proposito di cultura, pensiamo come essa sia magnificata a parole, anche in relazione alla grande bellezza e al magnifico passato, e mortificata nei fatti, anche con le azioni distruttive o le trascuratezze omissive, ma soprattutto come non sia fatta vivere – nel senso crociano della storia – come presente, ovvero non come magazzino di museo ma come museo vivente.
Mentre se non ci fosse questa ottusa cultura della miseria, da eredi con beneficio d’inventario, potremmo giovarci ben altrimenti della nostra eredità. Tuttavia, anche inconsapevolmente e immeritatamente, sia geneticamente che epigeneticamente, restiamo portatori sani di antichi valori, attitudini, abilità che, pur nella liquidazione permanente, fanno sopravvivere la metternichiana espressione geografica che è l’Italia come un grande paese.

Peraltro, di là dalla crisi dello Stato (moderno) nazionale e da quella della aggregazione europea, di là da tutte le crisi che ci invadono in continuazione, di là da tutte le debolezze di una politica senza visione, almeno un problema dovremmo affrontare, per rimediare o quanto meno ridurre il tasso di pensiero debole o depensiero che ci affligge e condiziona le giovani generazioni.

Mi riferisco alla scuola, in tutti i suoi ordini e gradi, con tutti i suoi vizi e difetti, altamente deleteri non soltanto per la formazione dell’individuo e del cittadino ma anche e, soprattutto, per l’equilibrio sociale, perché questa deformazione scolastica comporta una parallela deformazione sociale e politica, di cui vediamo gli effetti nocivi ogni giorno, tutti i giorni, e sempre più nocivi.

Certamente non possiamo chiudere le scuole, né possiamo pensare ad una rivoluzione (permanente) da tabula rasa, ma nemmeno ci può salvare una (ennesima) riforma, anche incisiva, che ci porterebbe a vederne i frutti, forse più succulenti, soltanto dopo alcuni lustri. Invece potremmo adottare uno schema da pronto intervento con una liberalizzazione ad assetto variabile.

Perché non provare ad immettere concorrenzialità nel quasimercato dell’istruzione e a farlo diventare un mercato vero e proprio e vediamo l’effetto che fa? A partire dalla scuola primaria per arrivare all’università. Ma soprattutto e prima di tutto bisognerebbe pensare all’istruzione tecnica e alla formazione professionale che potrebbe, almeno in parte, essere affidata alle imprese che producono beni e servizi, da sole o eventualmente organizzate.

In definitiva non abbiamo da perdere altro che le nostre catene.

 

Analfabetismo sindacale di ritorno

A chiunque si permetta di accusare altri, sia di maggio che di settembre, di analfabetismo costituzionale, non si può fare a meno di rammentare che “la sovranità appartiene al popolo” (art.1,2 cost.); che un rappresentante del popolo – quale che sia la sua caratura intellettuale – può “manifestare liberamente il proprio pensiero” (art.21,1 cost.); che il Parlamento non soltanto potrebbe “imporre” al sindacato l’ “obbligo” di registrarsi (art.39,2 cost.), ma avrebbe dovuto farlo da tempo, così come da tempo avrebbe dovuto regolare l’esercizio del diritto di sciopero (art.40 cost.), non soltanto nell’ambito dei servizi pubblici essenziali.
Il fatto è che chiunque sia stato oggetto di favori dalle forze politiche rappresentate nel Parlamento italiano dal dopoguerra ad oggi, nella sua qualità di cinghia di trasmissione verso le opposizioni, in un primo tempo e, poi, come serbatoio di voti per tutti i movimenti politici tradizionali, non può accettare che qualcuno, chiunque sia, dica semplicemente che il sindacato della prima repubblica; il sindacato dei patronati e dei CAF; il sindacato che amministra l’INPS; il sindacato della pubblica amministrazione; il sindacato delle grandi aziende pubbliche; il sindacato che, come una istituzione quasi pubblica, esercita un potere immenso, godendo di una non mai, ancora, misurata rappresentatività, senza alcun mandato, di là dal suo vago “ordinamento interno a base democratica”; il sindacato che contesta i pubblici poteri regolarmente eletti ogni qual volta siano minacciate anche alla lontana le proprie satrapie o gli ambiti sociali di riferimento prevalente (pensionati); insomma questo sindacato che abbiamo noi, nel 21°secolo non può più andare.
Molti Pontefici, qualche tempo dopo, hanno benedetto la breccia di Porta Pia e la sottrazione di un potere temporale che impacciava il potere spirituale, così è possibile che il sindacato, se messo – come un qualche pierino ha detto – nella condizione di doversi riformare, essendo ad esso sottratti tanti, se non tutti, i benefici di cui ormai immeritatamente gode, tornando a porsi come un organismo benemerito di sostegno alle debolezze di tanti lavoratori, ex-lavoratori e, magari, futuri-lavoratori, e smettendo di essere un agente della conservazione di un passato della vita civile e sociale (politica anche) e, soprattutto, del lavoro del ‘900, risorga o comunque mantenga una sua ragion d’essere.
Sappiamo bene che, secondo la Legge ferrea dell’oligarchia di Michels, tutti i movimenti si evolvono da una struttura democratica aperta alla base, in una struttura dominata da una oligarchia, con un numero ristretto di dirigenti, sempre più svincolati dal controllo dei militanti di base, organizzata in forma burocratica. Cosicché, con il tempo, chi occupa cariche dirigenti si “imborghesisce”, allontanandosi dalla base e andando a costituire un’élite compatta, dotata di spirito di corpo. Nello stesso tempo, il movimento tende a moderare i propri obiettivi, tanto che l’obiettivo fondamentale diventa la sopravvivenza dell’organizzazione e non la realizzazione del suo programma.
Tuttavia, anche senza pensare ad improbabili rivoluzioni, si può ben credere e dire che il tempo del cambiamento radicale è arrivato e, come già sostenuto da molti esperti negli ultimi anni, il cambiamento è reso necessario, indispensabile dalla crisi nella globalizzazione, ormai decennale; dalla corsa incalzante della innovazione tecnologica, distruttiva di vecchi lavori per quanto creativa di nuovi impieghi; dalla spinta di tanti giovani del terzo mondo che hanno fame e sono arrabbiati. Così quando d’intorno a noi tutto cambia non possiamo non cambiare anche noi. Quando cambiano le condizioni, le modalità, la realtà del lavoro anche il sindacato deve cambiare. Così, se è lapalissiano che il sindacato prima di essere morto era ancora vivo, il sindacato potrebbe rinascere, rivivere se accettasse il cambiamento, anzi lo abbracciasse, senza che gli venisse imposto dall’alto, da fuori. Perché, in caso contrario, potrà continuare a giacere come una mummia in un qualche o in tanti mausolei, non necessariamente in piazze rosse, ma diventerà del tutto irrilevante.
Nasceranno, forse, nuovi organismi di rappresentanza e di assistenza dei nuovi, tanti, lavoratori agili, mobili, atipici, occasionali, temporanei, ibridi tra autonomia e dipendenza e dei vecchi, pochi, lavoratori temporaneamente stabili ma sempre in movimento da un impiego all’altro. Rinasceranno, forse, vecchie leghe di nuove solidarietà, vecchie mutue di nuovo conio, vecchie istituzioni di nuova cura. Ma il sindacato istituzionale, il sindacato post-corporativo, il sindacato esaù, che ha ceduto la primogenitura per un piatto di lenticchie, resterà morto.
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Art.1,2. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
Art.2. La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità (…).
Art.3,2. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
Art.18. I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione (…).
Art.21,1. Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
Art.39. L’organizzazione sindacale è libera.
Ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non la loro registrazione presso uffici locali o centrali, secondo le norme di legge.
È condizione per la registrazione che gli statuti dei sindacati sanciscano un ordinamento interno a base democratica.
I sindacati registrati hanno personalità giuridica. Possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce.
Art.40. Il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano.

 

Contribuire da vecchi per lavorare da giovani

Si insiste nel dire che una riduzione contributiva generalizzata non è possibile, perché sarebbe troppo costosa, dando per scontata una conseguenza che, invece, scontata non è affatto e cioè che a tale riduzione dovesse essere necessariamente aggiunta una contribuzione figurativa, con la quale lo Stato dovesse farsi carico del mancato versamento dei contributi per assicurare una invarianza dei peculi contributivi dei lavoratori.
Si dimentica che, in base alle vigenti norme, la pensione deriva dai versamenti contributivi e i contributi figurativi sono previsti soltanto per particolari, limitate casistiche, e che, pertanto, il costo della riduzione sarebbe, a rigor di termini, a carico dei lavoratori stessi, i quali si ritroverebbero con un peculio contributivo ridotto e avrebbero quindi diritto a pensioni ancor più modeste di quelle che, alle condizioni attuali, possono essere calcolate.
La qual cosa si considera, non senza ragione, inopportuna se non inaccettabile. Ma non si pensa neppure a come contrastarla senza accollarla alla collettività nazionale, non considerando neppure il beneficio che la riduzione contributiva potrebbe portare all’occupazione e all’economia del paese, non soltanto per effetto dei gettiti fiscale e contributivo conseguenti ma, soprattutto, per l’effetto crescita, umana e sociale, che il lavoro può dare ad una società ingessata.
Manca il buon senso di una mediazione in cui tutti possano vincere. Ad esempio liberalizzando i versamenti contributi per prosecuzioni, ricostituzioni e riscatti, non soltanto per la laurea ma per qualunque altra situazione di non lavoro dalla maggiore età in avanti; salvo, eventualmente, incentivare tali operazioni in qualche modo compatibile con la finanza pubblica, ad esempio com’era in passato, quando il riscatto della laurea era a carico del lavoratore soltanto al 50%.
Sappiamo bene che, nell’arco di una vita lavorativa, ci sono stati sempre, in passato, e potranno esserci anche in futuro momenti in cui la retribuzione sarà troppo bassa rispetto alle esigenze e momenti in cui, invece, essa potrà essere tale da consentire anche un certo qual risparmio, cosicché potremmo indirizzarlo alla previdenza con una spinta gentile.
v. anche http://www.bollettinoadapt.it/old/files/document/6029ORAZI_15_03_10(2.pdf

 

Altro medioevo prossimo venturo

Il medioevo prossimo venturo è diverso da quello immaginato da Roberto Vacca nel 1970. E, soprattutto, può essere spogliato dalla accezione negativa con la quale, solitamente, veniva evocato il medioevo che, invece, può essere considerato un’epoca d’oro del nostro paese. Infatti è stata smentita la vulgata che contrapponeva ai tempi bui del medioevo quelli luminosi del rinascimento e non considerava la luce abbagliante di questo come una conseguenza della luce meno splendente di quello, piuttosto che della tenebra.
Come ci spiega Carlo Rovelli il mondo senza tempo è fatto di eventi, non di cose e si può dire che gli eventi della nostra epoca dell’homo sapiens, come in una specie di curvatura dello spazio, più ci spingono avanti più ci riportano indietro, in un déjà vu di epoche lontane. Infatti, se nella storia dell’umanità troviamo dei passaggi decisivi per la civilizzazione, possiamo vedere quanti passi indietro siano stati fatti e quanti altri stiano per farsi. E si può fondatamente credere che abbiamo un luminoso futuro dietro le spalle.
Pensiamo a due momenti: il passaggio dall’oralità alla scrittura e quello dalla mano all’attrezzo, poi penseremo ai passaggi dell’organizzazione del lavoro.
Dal lato culturale la scrittura prima e il libro stampato poi rappresentano bene la parabola dell’uomo che racconta se stesso, le sue storie, i suoi miti, riti, precetti, agli altri e diffonde, tramanda i suoi racconti alle generazioni seguenti, li conserva e li spedisce nel cosmo come presentazione dell’uomo della terra alle, eventuali, entità aliene del cosmo. E, tornando alla direttrice, come al mitico piede dell’arcobaleno, stiamo ritrovando il tesoro della parola o, forse, del pensiero. Le nostre attuali comunicazioni brachilogiche per quanto siano scritte somigliano più ad un parlato trascritto che ad uno scritto vero e proprio e presto lo saranno davvero anzi, probabilmente, con evoluzione delle interfacce macchina/cervello, saranno un pensiero trascritto e sul luogo della trascrizione si possono fare le più diverse ipotesi.
Dal lato produttivo gli attrezzi e le macchine rappresentano una diversa parabola dell’uomo che costruisce per sé e per gli altri attrezzi, macchine, artefatti da scambiare, creando un mercato esteso al mondo, sistemi valutari, regolamentazioni varie. E, in questo caso, ritroviamo il tesoro della creazione, non in senso biologico generativo ma in senso tecnologico meccanico. Infatti la civiltà delle nuove macchine prevede che esse sostituiscano l’uomo nella fatica del lavoro e, a mano a mano che apprendano, nel pensiero del lavoro. Così, passando dalla forza lavoro animale alla forza motrice meccanica, si arriva alla forza lavoro dell’animale meccanico.
Venendo quindi all’organizzazione del lavoro, dopo essere passati dal lavoro servile, al lavoro autonomo, alla bottega medievale/rinascimentale, al lavoro dipendente in sistemi fordisti/tayloristi, al lavoro gestito in termini umanistici, siamo pronti per tornare alle origini, che erano molto più variegate di quanto si sia abituati a credere (1). Ovvero un lavoro al servizio delle macchine o degli altri; un lavoro economicamente dipendente da una o molte committenze ma svolto sempre in autonomia, dentro o fuori gli spazi messi a disposizione delle committenze; un lavoro che abbia come esito una parte di prodotto finito, dentro una catena di fornitura più o meno lunga, o un prodotto finito anche singolo e destinato all’uso proprio.
Ammesso che quanto precede sia corretto bisogna che quel particolare racconto della civiltà riferito ai precetti e alle varie regolamentazioni sul lavoro sia adeguato al tempo, anzi all’insieme di eventi che si stanno svolgendo. E, senza nulla togliere alle garanzie e alla dignità del lavoro, è arrivato il momento di restituire ai legittimi titolari il diritto di disporne liberamente.

(1) Franco Franceschi, Il mondo della produzione urbana: artigiani, salariati, Corporazioni, in Storia del lavoro in Italia, Roma 2017, passim
“Nelle città dell’Italia bassomedievale l’organizzazione del lavoro corrispondeva solo in parte all’immagine probabilmente più diffusa presso i non specialisti, ossia quella di un mondo dominato dalla piccola produzione indipendente e dalle sue icone: le botteghe, l’economia familiare, le Corporazioni come istituzioni egualitarie e conservatrici.
Le sedi di lavoro, per esempio, non erano solo le publicae apothecae degli artigiani, ma anche le più ampie strutture gestite dai lanaioli, setaioli e fustagnari, le officine in cui transitavano solo semilavorati e non si effettuava alcuna vendita, le abitazioni adibite a laboratorio, i cantieri, gli arsenali, le vetrerie, le cartiere. Accanto all’artigianato indipendente, fin dal Duecento se non prima, si era sviluppata la manifattura disseminata e, per quanto ancora limitatamente, quella accentrata. Tre modelli concettualmente distinti, ma che nella realtà potevano anche sovrapporsi, come mostra la struttura dell’industria laniera, dove le “case dei lavoranti” fiorentine rappresentavano isole di concentrazione produttiva in un sistema tutto votato all’esternalizzazione delle operazioni. Modelli che potevano anche convivere nella stessa città e perfino nello stesso settore, come avveniva per la lavorazione dei metalli nella Milano quattrocentesca: qui l’artigianato autonomo prevaleva largamente nella fabbricazione di minuterie (chiodi, magliette utilizzate per allacciare gli abiti), la manifattura nella sua duplice veste, sotto il controllo del mercante-imprenditore, era dominante fra gli armaioli e i battiloro, mentre la battitura dell’ottone (l’«oricalco») avveniva in aziende accentrate dirette da artigiani-imprenditori direttamente coinvolti nell’attività produttiva [Frangioni, 2002, pp. 57-67; Zanoboni, 1996, pp. 105-106].

In un simile scenario anche la “triade” imperniata sulle figure del maestro, dell’apprendista e del lavorante, sebbene il lessico delle fonti ne attesti la persistenza nel tempo, appare sempre più inadeguata a dare conto della pluralità degli attori che calcavano la scena economica: artigiani “propri” e artigiani “impropri”, maestri-imprenditori e maestri a salario, salariati “corporativi” e manodopera “marginale”, apprendisti “puri” e apprendisti-operai, salariati di salariati e lavoranti-bambini… Senza dimenticare le diverse figure di subappaltatori, intermediari, coordinatori e sorveglianti indispensabili in un mondo in cui la crescente articolazione delle attività e la sempre più accentuata specializzazione convivevano con l’esigenza di dare unità e coordinamento ai processi produttivi”.

 

 

 

Prospettive polilavorative

Mentre si pone prepotentemente il problema del lavoro e, in particolare, il lavoro dei giovani (teoricamente preparati/praticamente impreparati), oltre che degli anziani espulsi da attività distrutte e obsoleti, come lavoratori, può sembrare curioso che si parli di polilavoro.
Tuttavia, di là dalla stranezza della locuzione, basterà considerare che, nel cambio di paradigma del lavoro dell’epoca digitale – quando ci si può giustamente attendere che molti posti di lavoro debbano sparire mentre, peraltro, molto lavoro senza posto si potrà comunque creare – ben si potranno o si dovranno avere esperienze polilavorative.
Intendendo con ciò non soltanto il fatto, ormai dato per scontato, che sarà inevitabile cambiare più lavori nell’arco della vita lavorativa, ma anche e soprattutto che sia possibile, se non inevitabile, svolgere contemporaneamente più lavori, aventi caratteristiche differenti sia sul piano della tipologia operativa che della tipologia contrattuale.
Lavoratori dipendenti a tempo parziale, lavoratori agili, telelavoratori, lavoranti a domicilio, lavoratori a chiamata, lavoratori autonomi, amministratori di società, collaboranti nell’impresa familiare, soci di cooperative, liberi professionisti iscritti o meno a collegi o ordine, secondo i diversi regimi ordinistici, volontari ONG o ONLUS, collaboratori coordinati e continuativi, agenti o rappresentanti, viaggiatori o piazzisti, procacciatori d’affari, mediatori, lavoratori occasionali.
E questo non varrà per i soli lavoratori più intraprendenti ma dovrà valere per tutti i lavoratori che volenti o nolenti, dovranno fare di sé impresa sia, banalmente, per campare la vita che, più elevatamente, per trovare una chiave di autorealizzazione.
In altre occasioni si è parlato di questo fenomeno del lavoro futuro in termini di “spezzoni” di lavoro, come se il lavoro fosse un tutto da suddividere penosamente in pezzi, mentre può essere visto più efficacemente come una somma di più addendi.
Superando così, anche psicologicamente, il senso di perdita verso la quale, come è noto, c’è la massima avversione, che è implicito nel concetto della divisione e sostituendolo con il piacere costruttivo legato alla addizione, espandibile alla moltiplicazione.
Perciò, anche senza abbattere il totem ideologico e legale del contratto a tempo pieno e indeterminato, salvo gli eventuali, possibili depotenziamenti, o persino agevolandone la costituzione, bisognerebbe smettere di osteggiare tutte le altre forme di lavoro tipiche o atipiche, rendendole accessibili senza aggravi o penalizzazioni di sorta.
E, soprattutto, bisognerebbe cessare di vedere questa prospettiva del lavoro come una congiura dei datori di lavoro – privati – che vogliano sfruttare lavoratori ignari e insipienti, sempre e comunque, mentre il nuovo paradigma del lavoro coinvolge inesorabilmente anch’essi e può essere vissuto serenamente soltanto in una nuova, feconda posizione collaborativa.
Una collaborazione in cui l’homo faber 2.0 sia libero di costruire la propria fortuna nel rispetto di una doppia chiave di volta: l’indipendenza delle scelte e l’interdipendenza delle azioni.

Universitas

Come per la buona agricoltura occorre in primo luogo un buon terreno, poi un contadino esperto, infine una buona semente così il terreno dell’educazione è la natura dell’uomo, al contadino corrisponde l’educatore, semente sono le dottrine e i precetti che si trasmettono.

Questa la “trinità pedagogica” di Plutarco che si può considerare ancora pienamente valida per la scuola media mentre, forse, per l’università bisogna fare un discorso diverso, perché l’educazione dovrebbe essersi già conclusa e all’università dovrebbe potersi sviluppare un percorso di apprendimento prima e di applicazione poi del metodo scientifico.

Tant’è vero che, nel sito dell’Università di Bologna troviamo questa ricostruzione delle origini dell’ateneo felsineo che, come è noto, è tra i più antichi, se non il più antico, del mondo: “(…) diciamo che possiamo considerare attività universitaria una attività in cui: uno studioso tracci i confini di una disciplina e conduca entro questi confini una ricerca rigorosa per amore del sapere; questo studioso, mentre ricerca, contemporaneamente trasmetta le sue conoscenze a una comunità di allievi che lo seguono liberamente, al di fuori di ogni altra istituzione ufficiale, sia essa la Chiesa o lo Stato; la società possa eventualmente rivolgersi a questo centro di ricerca per usarne le conoscenze a fini pratici”.

Poi si ricorda che “Federico I Barbarossa nel 1158 promulga una Constitutio Habita, con la quale si stabilisce che ogni scuola si costituisce come una societas di socii (allievi) presieduta da un maestro (dominus) che viene compensato con le quote pagategli dagli studenti. L’Impero si impegna a proteggere dalle intrusioni di ogni autorità politica tutti gli scholares che viaggiano per ragioni di studio. Si tratta di un evento fondamentale per la storia dell’università europea. L’università diventa per legge il luogo in cui la ricerca si sviluppa liberamente, indipendentemente da ogni altro potere”.

(“Sin dai primi secoli gli studenti, per compensare i docenti, iniziarono a raccogliere denaro (collectio), che nei primi tempi venne dato come offerta perché la scienza, dono di Dio, non poteva essere venduta. Poi a poco a poco la donazione si trasformò in salario vero e proprio. In ogni caso non sempre gli studenti partecipavano alla collectio, e il Comune dovette intervenire per assicurare la continuità degli studi.”)

Non basta, infatti “sino al XVI secolo l’università è governata dagli studenti: studenti sono i Rettori, che rappresentano delle vere e proprie autorità cittadine. In seguito, dopo che il Comune ha iniziato a pagare i docenti, inizia un processo storico per il quale Bologna dipende dal governo del Papa e l’università diventa a poco a poco una organizzazione statale. Si definiscono compiti, stipendi e regolamenti per i docenti, i Rettori scompaiono e il vero controllore dello Studium diventa il Cardinal Legato che rappresenta il Papa, anche se il governo ufficiale dell’Università viene affidato a dei Priori. Segue un lungo periodo di direzione mista di studenti e docenti, sino a che, con Napoleone, viene restaurata la figura del Rettore: ma ormai il Rettore è un professore”.

Universitas quindi come “insieme” di maestri e allievi, insieme democratico e meritocratico, indirizzato allo studio e alla ricerca della verità, intesa come quella spiegazione dei fatti e delle idee più adeguata nel momento dato.

Perché questo richiamo alla storia? Perché in tutti i momenti di crisi è bene volgersi indietro e, così, ricordando da dove si è partiti cercare di capire dove dirigersi e come procedere.

Certo non si può realisticamente pensare di riprodurre lo schema originario dell’università ma si può sicuramente recuperare almeno lo spirito di una istituzione che è così legata allo spirito della Nazione italica, uno spirito che lega ricerca e trasmissione della conoscenza a mercantilismo. Infatti anche i sofisti si facevano pagare per educare i giovani greci, ma non hanno creato l’università! Noi, abbiamo creato l’università e l’abbiamo data al mondo.

Bisogna fare uno sforzo, tutti insieme, i maestri, gli allievi, le loro famiglie e la società, per capire e accettare che, anche per banali ragioni biologiche, a cui non si è ancora posto rimedio e a cui, forse, non andrebbe posto rimedio – per ragioni etiche – quand’anche fossimo in grado, non possiamo non essere differenti.

Tutti possono, e debbono, essere messi in condizione di avere pari opportunità, ma non tutti possono raggiungere i vertici. Una ampia liberalizzazione, una sana concorrenza, un giusto riconoscimento del merito è quello che ci serve. Discutiamo come arrivarci, ma non mettiamo in discussione che è lì che dobbiamo arrivare, anzi tornare.La vera università di massa è una università di élite: più partecipanti, più selezione, più vincenti.